Pubblicato da: magicofurly | 10 luglio 2014

35 anni fa la spedizione “Amici di Trento” in California

 

……E noi che non eravamo stati mai sotto Mattarello dopo aver visto il coinvolgente film “El Capitan” di Fred Padula decidemmo di partire era il 1979

blog 1L’entusiasmo era forte io non riuscivo a dormire la notte il sacro fuoco della passione alpinistica bruciava ancora fortissimo erano i miei giorni grandi.

Alpinisti trentini alla conquista del West

Dell’alpinismo californiano, in questi ultimi anni, si è parlato molto e per un alpinista come me, nato e cresciuto nelle Dolomiti in un ambiente di rocciatori puri, l’idea di andare a «toccare con mano» si faceva sempre più grande man mano che la cosa veniva sempre più pubblicizzata dalle riviste specializzate e ancor di più dai numerosi film presentati al Film Festival della montagna e dell’esplorazione città di Trento.
Il desiderio di formare una spedizione leggera in California presentava non pochi problemi.
Prima di tutto i soldi ed il materiale, poi il tempo, ma più difficile di tutto era la scelta dei compagni.
Su uno sapevo di poter contare ciecamente e non avevo alcun dubbio. Elio Piffer, ventotto anni professione commesso, mio grande compagno nelle difficili scalate e grande amico: alpinista completo sia in ghiaccio che in roccia, una persona che se la cavava in tutte le situazioni.
Gli altri compagni della spedizione sono stati: Roberto Bassi, il più giovane, diciotto anni, ma il più agguerrito in fatto di tecniche californiane; fu mio allievo al corso roccia e la prima volta che lo vidi arrampicare rimasi colpito dalla sua naturalezza. Luigino Giacomelli, ventisei anni, arrampicava da due ma aveva alle spalle una notevole attività di speleologia; la sua forza fisica ha fatto sì che in questo breve tempo bruciasse le tappe per arrivare ai primi posti dell’alpinismo trentino.

Le ali dell'aereo verso il sogno della California

Le ali dell’aereo verso il sogno della California

Preparazione atletica, allenamento in palestra di roccia e dopo alcuni mesi i nostri sacrifici sono stati premiati. Vi assicuro però che più di una volta avrei mandato tutto all’aria, perché dopo otto ore di fabbrica prendere la bicicletta e andare a fare cinquanta chilometri per fare fiato e poi arrampicare due ore in palestra di roccia è stato veramente duro. A Fiumicino saliamo su un Boeing 747 alla volta dell’America. Emozioni grandi per chi, come me, non aveva mai oltrepassato Bologna.
Finalmente New York e San Francisco con i suoi enormi ponti sulla baia, Modesto, Merced e finalmente la meta tanto ambita: la Yosemite Valley. L’impressionante Capitan con la sua maestosa parete granitica, alta sfuggente nel blu cobalto del cielo californiano e là in fondo alla valle troneggiante sul suo altare il poderoso Half Dome, padrone e simbolo dell’intera vallata e ancora la Yosemite Fall con la linea graziosa e slanciata della Lost Arrow. Alle mie spalle, come conscio di una presenza, mi giro di scatto: la Sentinel Rock si alza con la sua grande parete sopra di me.

Tutte emozioni che passano attraverso la mente in quei pochi istanti in cui il grande pullman transcontinental sbuca dall’ultimo tornante, pochi istanti che rimarranno per sempre impressi nella mia mente.
Scendiamo a Campo 4 e stupefatto da quelle magnifiche visioni che tante volte avevo visto in fotografia ma che erano ben diverse nella realtà. Ci accampiamo in un posto idilliaco, in mezzo ad una natura veramente selvaggia: i cervi, gli scoiattoli, gli orsi si aggirano liberamente per il parco e poi il Merced River con le sue acque limpide che bagna il fondo della valle.
La nostra impressione è quella di trovarci nel paradiso terrestre. Benché nessuno di noi sapesse l’inglese, ben presto facciamo conoscenza con alcuni giovani arrampicatori californiani, che ci invitano ad arrampicare con loro. Pur non conoscendoli ancora, leggo nei loro occhi la sincerità: diventeremo poi grandi amici. Rimasi molto commosso quando un giorno Corry, un ragazzo robusto di diciassette anni, mi venne incontro con il dizionario e mi disse, battendomi una mano sulla spalla: «Tu Marco ormai mio buon amico».
Era tempo ormai di muovere i primi passi verso quei colossi granitici che ci eravamo prefissi come meta. Ma con i primi tentativi abbiamo capito subito che arrampicare in Yosemite era tutt’altro che facile. Lo dimostrava il tentativo sulla Washington Collum che si smorzava dopo cinque lunghezze. Insidiati da un caldo pazzesco abbiamo deciso di ritirarci battuti ma con un prezioso bagaglio di esperienza: prima di tutto non sottovalutare le difficoltà, in secondo luogo l’uso corretto dei chiodi e dei nuts (modelli che non si usano in Dolomite) e prefiggendoci di perfezionarci nella tecnica di incastro dei piedi e dei pugni.

Elio Piffer in arrampicata

Elio Piffer in arrampicata

Demoralizzati ci avviamo sull’asfalto rovente verso Campo 4 quando all’improvviso il mio sguardo corre lungo la valle verso Yosemite Fall e precisamente sui camini della Lost Arrow. Discutiamo fra di noi ed in un baleno siamo d’accordo: la prossima battaglia sarà disputata sulla Freccia perduta. Quattordici sono le lunghezze della via Stek Salatè; quattordici lunghezze allucinanti. Era in gioco l’esperienza di anni e anni di alpinismo e lì ho trovato veramente il mio limite e forse l’ho superato. Tante volte ho gridato durante un tiro: «Tenete forte le corde, volo, volo», però sono sempre rimasto attaccato, forse fu fortuna, ma personalmente alla fortuna non ho mai creduto.
Dopo quell’avventura in cui la spedizione «Amici di Trento» coglieva il primo frutto (prima ripetizione italiana), dando tutto di noi stessi, per arrivare in cima urgeva qualche giorno di riflessione e di relax. I giorni trascorrevano tranquilli al campo: lunghe nuotate nel fiume, discussioni con gli amici e sempre più prepotente si faceva in noi il desiderio di una nuova avventura. Gli occhi cadevano sulla vertiginosa parete Nord Ovest della Sentinel Rock che sovrasta il campo. Uno scalatore del posto però ci consigliò di calcolare due giorni di permanenza in parete poiché la strada per arrivare all’attacco vero e proprio era lunga e difficile. Partiamo così di sera verso le 19 con l’intenzione di risalire lo zoccolo e di bivaccare alla base della parete vera e propria.

Roberto Bassi aveva 18 anni quest'anno è il 20 anniversario della sua sconparsa

Roberto Bassi aveva 18 anni quest’anno è il 20 anniversario della sua sconparsa

Il bivacco all’aperto sulla nuda roccia risulta una cosa indescrivibile, il tremito dei denti senza fine per il freddo, la mente che corre a migliaia di chilometri pensando ai genitori, agli amici, nella nostalgia delle mie Dolomiti, un dormiveglia senza fine.
Là in fondo verso il Capitan un chiarore lattiginoso annuncia l’alba e ci libera da un feroce tormento. Alzo gli occhi e la parete non ancora illuminata incombe su di noi con linee impressionanti. Dopo un frugale pasto, attacco, e mi sorprendo veramente impegnato quando siamo già alti in parete. Sono alle prese con una difficile fessura che avevo visto superare brillantemente da Roberto ma che mi fa penare assai: un chiodo, un nuts, poi uno stopper, mi fido, lo carico facendomi più leggero possibile, un rumore sordo. Lo stopper si strappa, salta anche il chiodo. In pochi attimi, mi passa per la mente tutta la vita. Un dolce cullare mi annuncia la fine del volo.
Un urlo, delle grida dei miei compagni che si vogliono assicurare che non mi sia fatto alcun male; li rassicuro e risalgo con cattiveria gli ultimi metri per arrivare in sosta e recupero Elio. Voglio arrampicare ancora da primo per riprendermi dallo shok del volo, ma purtroppo una caviglia si è gonfiata maledettamente e con i risalitori meccanici termino le ultime lunghezze di corda. Finalmente la vetta sulla quale ci abbracciamo commossi sia per l’avventura passata insieme, sia perché siamo i primi italiani a calpestare questa cima. Momenti che mi fanno dimenticare il male alla caviglia ma che purtroppo non me lo tolgono. Lunga e dolorosa sarà la discesa verso il campo dove i nostri amici americani ci aspettano.

Gigi Giacomelli nel Mersed River dietro la Yosemiti Fall e la Lost Arrow

Gigi Giacomelli nel Mersed River dietro la Yosemiti Fall e la Lost Arrow

Giorni di pigrizia forzata nella valle, fino a quando posso sfruttare nuovamente il piede e finalmente fare un nuovo programma. El Capitan è da scordare perché rivolto ad est, il sole ne martoriava la parete e ancor di più chi volesse avventurarvisi. L’Half Dome era là sopra di noi, svettante, forse l’unico che si potesse definire una montagna in senso classico. Si passa a preparativi calcolati poiché si contava di rimanere in parete due giorni. Ci voleva il grande saccone da recupero dove mettere materiale e viveri. Finalmente ci avviammo lungo il sentiero che aggirava il monte, per arrivare all’attacco. Sei ore di marcia con carichi di venticinque chili ciascuno, lungo il sentiero che si inoltrava in un ambiente fantastico: cascate altissime, ponti di legno per oltrepassarle ed infine l’ultimo avamposto dei Ranger. Poi solo silenzio e sequoie altissime. Scendiamo da Tioga Pass alla base della parete in un tramonto infuocato. Ci prepariamo per il bivacco che contiamo di passare meglio del precedente dato che abbiamo i sacchi a pelo. La notte trascorre veloce, facciamo una frugale colazione a base di carote. Verso le sei nessuno ha voglia di attaccare poiché la più grossa difficoltà è quella di muovere il primo passo. Momento in cui si è in battaglia con se stessi: da una parte si vorrebbe rinunciare ma dall’altra c’è sempre il desiderio di avventura, di volersi spingere oltre quello che riteniamo l’impossibile, di misurarsi veramente con se stessi.

M. Furlani sugli ultimi tiri della via Robbins al Half Dome

M. Furlani sugli ultimi tiri della via Robbins al Half Dome

Roberto si sente osservato e capisce che è la sua ora. Con movimenti calmi compie il gesto di legarsi con le due grosse corde, una per assicurarsi, l’altra per risalire con gli autobloccanti. Io e Gigi ci occupiamo del recupero del saccone. Il posto da bivacco è diciotto lunghezze più in alto ed a parte qualche intoppo con il saccone, la cordata prosegue bene. Ora è in testa Elio, un tonfo sordo un grido strozzato, la scaglia di roccia che caricava si è staccata. Trattengo le corde con forza aspettando il violento strappo che però non arriva. Elio si è incastrato nella fessura ed è stata la sua fortuna, poiché l’enorme pietra aveva tranciato la corda di assicurazione. Bilancio: una corda di sette metri più corta, ed un grande spavento. Elio sembra non preoccuparsi tanto della faccenda, con la calma che sempre lo distingue, recide del tutto la corda, controlla che non sia lesa in altre zone e riparte. Una traversata a pendolo lo porta alla base dei lunghi camini che conducono alla Big Sandy Ledge o grande cengia che di grande non ha proprio niente, e poiché è ancora giorno, Roberto decide di attrezzare un tiro di corda. Sale, fissa la corda e ad un tratto la parete si tinge di un colore rosso indefinibile e cala velocemente la notte. Un misero pasto e ci sistemiamo per il bivacco. Dormo abbastanza bene e diversamente dai miei amici, la mattina mi sento in forma e quindi riprendo il comando guidando la cordata fino in vetta.

blog 5
Sbuchiamo dall’ultimo strapiombo accolti da una marea di applausi. Alcuni americani saliti per la via normale ci attendevano. Abbracci, strette di mano, salti di gioia sono le reazioni dopo questa vittoria.
Mi apparto un attimo guardando all’orizzonte dalla più alta montagna della Sierra Nevada.
Un rapido sguardo alla parete sulla quale ho passato la più bella avventura in montagna. Era ormai tempo di tirare delle conclusioni: la «Spedizione Amici di Trento» si poteva considerare un successo. Salimmo sul pullman salutati dagli amici alla volta di San Francisco, dove saremmo stati ospiti per quattro giorni di un amico conosciuto in Yosemite. Ne approfittiamo per visitare la città: Chinatown, Alcatraz, tutti nomi legati alla storia americana. Con una forte stretta di mano Richi ci saluta all’aeroporto. Vedo nei suoi occhi tanta tristezza; lo abbraccio dicendogli: «Ti aspettiamo sulle nostre Dolomiti» e corro verso l’imbarco.

 

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