Pubblicato da: magicofurly | 16 luglio 2014

Storia alpinistica del Croz dell’altissimo “La parete Chiara”

 Viaggio nella storia di M. Furlani

La grande parete sud ovest del croz dell'Altissimo

La grande parete sud ovest del croz dell’Altissimo

La cima del Croz dell’Altissimo è un balcone naturale sul gruppo centrale del
Brenta, vi si può salire camminando dolcemente per prati e in mezzo a macchie di
mughi attraversando una lunare zona sassosa fino ad arrivare in vetta: una
volta lassù ci si trova come sospesi nell’aria, sulla sua cuspide finisce il
piedistallo di rocce calcaree e da quella quota di fronte si elevano gli strati
di dolomia principale e la visione sul gruppo centrale del Brenta lascia senza
fiato.

La sua parete sud-ovest di roccia chiara quasi bianca invece sprofonda per più
di 1000 metri in val delle Seghe. Articolata e complessa è la sua architettura
e per chi la osserva dal rifugio Selvata o risalendo la val delle Seghe, o
passandogli alla base per il comodo sentiero che dal Pradel va al Rifugio “Croz
dell’Altissimo”, si presenta con tre settori ben definiti separati da due
colossali diedri. Il settore di destra è la cima dello Spallone, poi la grande
parete del ciclopico pilastro centrale, ed oltre la prua del suo imponente
spigolo si apre la parete della cima principale.
Il suo è un calcare lisciato dagli agenti atmosferici e dall’attrito delle
masse glaciali durante il loro ritiro, e alterna placche di roccia ottima a
zone più friabili e ricoperte di erba.
Lo scalatore alla base delle sue pareti sa che non affronta una semplice
salita ma che farà un viaggio prima nella storia e poi all’interno di se
stesso, l’arrampicata non è elegante come può essere nel soprastante gruppo
centrale, perché le vie del Croz sono tutte lunghe, difficili e complesse, dove la
fatica e la sete, la lotta con settori ricoperti d’erba sono elementi integranti
della salita, in pratica come si diceva una volta in gergo trentino sono una
“rogna”. Adesso invece più modernamente si parla di “Big Wall” e forse proprio
in tutto questo si trova il suo fascino.
Sovente è successo di cordate soccorse dall’alto perché sfinite, recuperi
incredibili e purtroppo più di un alpinista fortissimo è caduto.

Angelo Dibona la più grande guida di tutti i tempi

Angelo Dibona la più grande guida di tutti i tempi

La storia alpinistica del Croz inizia il 16 agosto del 1910, quando i
Bergführer, allora ancora cittadini dell’impero Austroungarico, Angelo Dibona e
Luigi Rizzi con i fratelli Guido e Max Mayer salirono prima la grande gola e
poi lo spigolo che separa la vetta principale dalla centrale tracciando un
itinerario che ancora oggi desta grande rispetto per le difficoltà superate, specialmente sul passaggio chiave della salita, il famoso “masso squarciato”. E’ un tetto spaccato da una fessura che esce nel vuoto per parecchi metri, dove Dibona piantò due dei dodici chiodi che usò in tutta la sua vita, quinto superiore o sesto grado? io personalmente propendo per più di sesto e forse VI+, se fatto senza toccare i molti chiodi adesso in loco.

Luigi rizzi fedele compagno di Dibona

Luigi rizzi fedele compagno di Dibona

Sul passaggio del Masso più di un forte è tornato indietro con la coda fra le
gambe, Paul Preuss e Paul Relly il 3 agosto 1911 ne fanno la prima ripetizione
e si sa che Preuss, re dell’arrampicata libera, impiegò più di due ore per
superare il passaggio chiave e che ne uscì stizzito, Cesare Maestri sale la via
in solitaria il 12 giugno 1952, poi il 18 agosto 1956 la percorre slegato in
discesa: imprese degne del “Ragno delle Dolomiti”.

Cesare Maestri il solitario

Cesare Maestri il solitario

Controversa è la storia delle prima invernale dal 28 al 31 dicembre del 1967
Heinz Steinkotter con Renato Comper “Rebuf”, dopo una terribile bufera, sono
recuperati per più di 150 metri lasciando così il dubbio… in un caso analogo, e per molti meno metri, Desmaison rifece tutta la parete delle Gran Jorasses.

Hainz Steinkotter "Todesch"

Hainz Steinkotter “Todesch”

Il 20 luglio del 1928 Hans Steger ed E. Holzer, tentando la ripetizione della
Dibona ed evitando il difficile passo del masso squarciato salgono il pilastro direttamente, tracciando una variante molto bella su roccia buona ma che non raggiunge la difficoltà della via originale.
Nel luglio 1932 il re del Brenta Bruno Detassis con l’erculeo Gino Corrà,
superato con una certa difficoltà il Masso (mi confessò personalmente che
valutava il passaggio minimo sesto grado) tira diritto per la grande gola
centrale fino in vetta tracciando una variante molto impegnativa.

Nel 1935 l’atletico Cornelio Fedrizzi “Caprone” e M. Marrazzi dalla cengia
salgono i primi due tiri della variante Steger proseguendo poi per una serie di
difficili fessure superficiali uscendo più in alto della Steger: la variante
Fedrizzi è stata ripetuta raramente e gode di grande reputazione.

Il 30 luglio 1936 Bruno Detassis “Aquila” con la forte guida Enrico (Rico)
Giordani, autentico fuoriclasse di Molveno, salgono la parete sud-sud-ovest
alla cima principale aprendo la via delle Guide, destinata a diventare una
grande classica.

Bruno Detassis ed il suo stile

Bruno Detassis ed il suo stile

Dal 14 al 17 agosto del 1939 in 54 ore di durissima scalata i lombardi Nino
Oppio, Serafino Colnaghi e Leopoldo Guidi raggiungono la vetta del pilastro
centrale per una severa direttissima che diventerà banco di prova per le future
generazioni.
La prima ripetizione fu effettuata dal 27 al 29 giugno 1949 da alpinisti come
Andrea Oggioni, Walter Bonatti e Iosve Aiazzi che la valutarono VI grado superiore
con difficili passi in artificiale.
Il 20 agosto del 1955 Cesare Maestri ne compie la prima solitaria.

Il 29 giugno 1942 gli accademici trentini Marino Stenico e Carlo Furlani
salgono il pilastro dello spallone a sinistra dello spigolo tracciando una via
esteticamente e tecnicamente notevole, la prima ripetizione è sempre del Ragno
Cesare Maestri con Ruggero Lenzi, il 12 giugno 1952, la prima invernale è
effettuata dagli accademici trentini Marco Furlani e Valentino Chini in due
giorni del freddo inverno del febbraio 1983, con pessime condizioni della
parete.

Marco Furlani sulla via Stenico in inverno

Marco Furlani sulla via Stenico in inverno

L’estate del 1936 vede la nascita di un’impresa incredibile da parte di due dei tanti
“eroi sconosciuti”: Matteo Armani assieme al ginnasta Cornelio Fedrizzi, entrambi
Accademici del CAI, salgono in perfetta arrampicata libera usando pochissimi chiodi il
formidabile diedro sud-ovest.
Il diedro Armani-Fedrizzi rimane tutt’oggi a detta di molti ripetitori moderni
esempio di un’arrampicata libera estrema e sprotetta data la compattezza della
roccia.
Da ricordare che su questa via nell’estate del 1969 perde la vita il grande
Emilio Bonvecchio che, mentre saliva con Giuseppe Loss “Bepi” e Franco Pedrotti
“Ciancio” inciampa facendo un piccolo pendolo e battendo violentemente la

In primo Piano Romeo Destefani ed Emilio Bonvecchio

In primo Piano Romeo Destefani ed Emilio Bonvecchio

Testa. Morrà fra le braccia dei compagni.

 

Il 9 luglio 1972 il friulano Sereno Barbacetto, fortissimo accademico, compie la prima solitaria della Armani-Fedrizzi.

Dal 14 al 17 febbraio 1965 Mario Burini e Andrea Cattaneo realizzano in un
inverno freddissimo la prima invernale della Via Oppio.

Il 15 agosto 1967 la collaudatissima cordata formata da Giuseppe Loss
“Bepi” e il giovane Romeo Destefani salgono i camini evidenti dello Spallone.

Il 6/7 luglio 1974 il fenomenale Marco Pilati con Valentino Chini, Dario Bonetti e
Felice Spellini tracciano l’impegnativa e bella via del “Rifugio Altissimo”
sfruttando una serie di fessure sul bellissimo pilastro soprastante il rifugio,
scalata bellissima su roccia compatta quasi esclusivamente in libera.

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Il 4/5 giugno 1976 il fuoriclasse Benvenuto Laritti “Ben” coadiuvato da Giuliano
Giongo e Antonio Rainis, sfruttando i chiodi piantati nella prima parte da Romeo
Destefani, forte scalatore di Povo, salgono la parete centrale dello Spallone.

Nell’estate del 1977 è ancora Benvenuto Laritti “Ben” che con la guida
agordina Bruno de Donà (Bareta) sulla più corta parete est dello Spallone sale
la bella fessura centrale del singolare pilastro arrotondato soprastante il
rifugio “la Montanara”: la via, più corta delle altre con i suoi 300 m circa, presenta
passaggi molto difficili. Ben mi confidò che su quella via aveva fatto i più
difficili passaggi della sua carriera.

Benvenuto Laritti, in vetta al Fitz Roy, 1978

Agosto 1981. Il fuoriclasse perginese Stefano Fruet e Marco Cantaloni
attaccano e poi salgono sulla destra il poderoso spigolo dello Spallone; arrivati a
metà salita, causa la caduta di un blocco di roccia che taglia le corde, sono
costretti a una ritirata lungo la via Stenico con gli spezzoni di corda
rimasti. Qualche tempo dopo Fruet, questa volta assieme a Flavio Toldo, sale
per la via Stenico fino al punto raggiunto in precedenza e finisce la via
chiamata “Rimini Beach”, scalata libera formidabile che al tempo lasciò tutti
attoniti per la semplicità con cui fu realizzata. Fu poi ripetuta nel 1982 da Marco
Furlani, Valentino Chini e Riccardo Mazzalai.

Marco Furlani durante la prima ripetizione della via Rimini Bic

Marco Furlani durante la prima ripetizione della via Rimini Bic

Nel 1982, in quattro giorni, Maurizio Giordani con Franco e Delio Zenatti
sale la direttissima Rovereto allo Spallone, difficile via con molto
artificiale.

Il 2 luglio 1985 gli accademici Maurizio Giordani e Marco Furlani salgono l’evidente svaso a sinistra della via del Rifugio in completa arrampicata libera e
con pochissimi chiodi su di una roccia compattissima: aprono così la via degli
Accademici, ancora adesso la più difficile via aperta in stile tradizionale.
Notevole la prima invernale, dal 28 al 30 dicembre 1992, da parte dei trentini Lino
Celva e Giorgio Giovannini.

L'atletico Giorgio Giovannini

L’atletico Giorgio Giovannini

Lino Celva sulla prima invernale della via degli accademici

Lino Celva sulla prima invernale della via degli accademici

Nell’ottobre del 1985 la guida Marco Pegoretti e l’accademico Edoardo Covi “Edy”, fortissima cordata trentina, concludono lo sfortunato tentativo effettuato tanti anni prima (nel 1968) di Aldo e Giulio Castelli con la guida Gianfranco Rizzi. Dopo un
violentissimo fortunale notturno Giulio era morto assiderato. Pegoretti e Covi salgono così la via “Sinfonia D’autunno”.
Vale qui osservare che questa via, un autentico capolavoro d’arte
arrampicatoria, è stata aperta con diversi tentativi seguendo un’intelligente
strategia, il primo terzo salendo dalla base, il secondo terzo calandosi in
doppia dal diedro Armani ed entrando da una provvidenziale cengia, il terzo calandosi dallo spigolo Dibona ed entrando da un’altra cengia. La bellissima via, lasciata
perfettamente chiodata, è stata ripetuta nel giugno 1986 da Marco Furlani e
Valentino Chini seguiti da Stefano Fruet e Marco Cantaloni.

Nell’autunno 1989 la stessa cordata Pegoretti-Covi termina un altro grande capolavoro, la via “Orso Grigio”, che sale uno dei più repulsivi settori dello Spallone, già tentato in precedenza da Cesare Cestari e Renato Comper, rispettivamente padre e zio del fortissimo Michele Cestari, perito sotto una valanga.
La prima ripetizione e prima invernale è opera di Marco Furlani e Giorgio
Giovannini in due giorni del freddo febbraio del 1990.

Dopo un immane lavoro e diversi tentativi che si sono protratti per mesi nella
primavera-estate 1990, Diego Filippi con gli amici Sabrina Bazzanella e Luca Turato conclude l’apertura di “Perla orientale”, una via a spit di carattere sportivo. Lino Celva vi dà un importante apporto nella parte bassa con l’apertura del tiro più
difficile.

345 perlaorientale_apertura perla piccola

Il 6 giugno 1992 Marco Furlani con Fabio Bertoni aprono la bella via “Nadir”
scalata tutta in libera con singoli passi molto difficili.

Autunno 1995: è sempre la coppia Marco pegoretti ed Edy covi che chiude l’epopea
della grande e solare parete dell’Altissimo. Sullo Spallone aprono “Ottobre
Rosso”, grandioso itinerario forse ancora irripetuto.

Cala l’ombra sulla solare e gigantesca parete, ormai non va più di moda perché i giochi si spostano altrove, magari nella vicina valle del Sarca, dove gli attacchi sono più corti, la roccia è più salda, le chiodature migliori. Le schiere di giovani
arrampicatori, quelli che magari rifiutano il nome di alpinisti, distolgono lo sguardo dal Croz dell’Altissimo. E un’epoca sembra finita.

E lo dimostrano il conosciutissimo Heinz Grill e il gardenese Ivo Rabanser che nel giugno del 2013 concludono in itinerario grandioso, la “via in memoria di Samuele Scalet”. Questa si sviluppa tra il pilastro della via del Rifugio a sinistra e la via Dibona (Variante Detassis) a destra. Già nel 1995 Samuele Scalet, Ivo Rabanser e Lino Celva avevano aperto la prima metà della via. Nel giugno 2013, Rabanser e Grill, con il determinante aiuto di Florian Kluckner, Stefan Comploi, Klaus Oppermann, Petra Himmel, Barbara Holzer e Franz Heiss, dopo aver corretto la prima metà dell’itinerario, lo concludono nella seconda metà. Ne risulta un itinerario “alla Grill”, con roccia buona, poca erba, belle placche. Le fessure e i diedri si possono integrare con le classiche protezioni veloci (VII, A1 e VII+).

Grill  piccola

Eppure eppure… quando si vuole veramente rimisurarsi, quando si vuole
ritrovare il vero ingaggio, quando si vuole sentire battere forte il cuore in
petto durate un tiro di corda, insomma quando si vuole un ingaggio vero allora una puntata sulla grande parete del Croz dell’Altissimo è tappa obbligata.

_DSC1651Da sinistra: Piero Ravà, Sergio Martini, Ale Gogna, Marco Furlani, Chiara Paoli, Velentino Chini, Mariano Frizzera, Marco Pilati

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