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Ricordo di Andrea Andreotti

Luce del primo mattino
di Marco Furlani
Quella notte avevo bivaccato benissimo, la sera prima mi ero scavato una piazzola niente male sulla testa del pilastrino, dove avevamo deciso di bivaccare, e mentre contemplavo la valle che era ancora nel buio e incerta avanzava la luce dell’alba, osservavo estasiato in alto, oltre i grandi strapiombi e il formidabile tetto: al canto insistente del cuculo il sole incominciò a illuminare la roccia tingendola di colori incredibili, uno spettacolo mozzafiato.
– Andrea, Andrea… ho trovato il nome della via… che ne dici di Luce del Primo Mattino?
Al contrario Andrea Andreotti, il mio compagno, usciva dal torpore di una notte passata male, dopo la prima dura giornata trascorsa in parete; era stanco e la sera precedente aveva preferito bivaccare in amaca. Non aveva dormito nulla, però a sentire il nome si destò e disse: – Bello, molto bello… la nostra via si chiamerà Luce del Primo Mattino!
Intanto la giornata radiosa di sole inondava tutta la sottostante valle e fu una ridda di sfumature e colori fantastici come solo la valle del Sarca può garantire a chi la guarda dall’alto.
Andrea era un bell’uomo, alto, colto e con un volto particolare sempre abbronzato e incorniciato da una barba ben curata che lasciava spiccare la luminosità degli occhi: grande alpinista, uomo che volava alto, al di sopra di tutto, soprattutto delle sterili polemiche e chiacchiere che circondano la più insulsa delle attività umane cioè l’alpinismo, persona acuta, sapeva sdrammatizzare anche nella più critica delle situazioni, ma soprattutto era uno che sapeva quello che faceva e faceva quello che diceva.
Con modo gentile di fare, non si alterava mai e le uniche cose che gli interessavano erano famiglia, lavoro, e aprire belle vie: intendeva l’alpinismo come una forma d’arte suprema, quasi esoterica.
Nel trionfo della luce dunque ci destammo e facemmo una magra colazione, poi preparammo il saccone e ripartimmo. Il programma di quel giorno era superare la zona delle pance rosse. Io superai il diedro bianco, poi le placche color ruggine sotto le aggettanti pance rosse e lì riprese lui il comando. Io mi sistemai sul seggiolino di legno e assicurai attento il compagno che saliva lentamente lo strapiombo in un vuoto assoluto.
Nelle lunghe ore di attesa ero rapito dalla visione sul sottostante lago di Toblino con le sue acque appena increspate dalla leggera brezza dell’òra: era la fine di maggio 1990, il verde intenso creava un delicato contrasto con la fioritura bianco rosa dei meli che era al massimo splendore.
Mentre Andrea avanzava con pazienza, tenacia e meticolosità piantando quei piccoli chiodini a espansione che a salirci sopra ti vengono i brividi, mi chiedevo quale fosse il segreto di questo magnifico atleta. Stava appeso per ore e ore a martellare senza battere ciglio, aveva una resistenza che trascendeva l’umanamente possibile, non esisteva né caldo né freddo e aveva per la montagna una passione esaltante.
A un certo punto un rumore di ferraglia secco e un violento strappo alle corde mi risveglio dalla contemplazione, uno di quei famigerati chiodini era uscito e Andrea era volato con i suoi 90 kg per qualche metro nel vuoto…
Tutto bene, riparte con la calma che lo distingue, supera il tiro, attrezza la sosta su di un appoggio, dove stavano appena i piedi, in un vuoto da mal di stomaco. Dopo sette ore posso ripartire.
Fra equilibrismi e contorsioni ci scambiamo e riprendo il comando, superando il grigio- rossa placca superiore con una roccia a gocce incredibilmente bella, fantastica, e con un’arrampicata libera stupenda raggiungo la cengia sotto il grande tetto. Lasciando riposare Andrea mi do da fare a spianare per il bivacco, poi pianto qualche chiodo nel tetto, ma presto diventa buoi e ci prepariamo alla seconda notte in parete.
Non ci manca niente, il saccone da traino era pesante da recuperare ma adesso abbiamo tutto quello che ci serve per una bella cena, pane, speck, persino torrone e acqua in abbondanza. Il tempo è sempre bellissimo, parliamo, facciamo progetti, siamo contenti per la via che è veramente bella, e poi di donne e della fatica che queste fanno a sopportare noi scalatori che siamo così presi dalla nostra passione che a volte egoisticamente ci dimentichiamo di loro… poi arriva il sonno ristoratore.
Un’altra alba, la terza sempre bella, sempre mozzafiato e le riflessioni sulla fortuna di abitare nel nostro ridente Trentino con tutte le sue bellezze. Andrea vuole finire di chiodare il tetto: – Così lo chiamerò Tetto delle Aquile.
Io lo guardo e rispondo: – Ma che aquile… non vedi che sembri un passerotto impaurito?
Lui mi guarda e risponde: – Hai ragione, lo chiameremo Tetto dei Passerotti… va bene?
Annuisco ma il mio sguardo è preso dall’enorme soffitto.
Il tetto è veramente un tetto e richiede parecchie ore per chiodarlo. Finalmente verso mezzogiorno riesce a superarlo, io rapidamente sui chiodi lo seguo e riparto con due tiri di arrampicata sempre difficile ma su roccia ottima e raggiungiamo il bosco sommitale.
Conoscevo già Andrea per la sua eccezionale attività ma non avevamo mai scalato assieme prima che lui mi invitasse ad aprire questa via. Ci siamo veramente trovati bene insieme, siamo due elementi che si compensano bene: le forze dell’uno equilibrano le lacune dell’altro, come deve essere in una cordata vera.
Quella sera sulla cima del Dain Picol scesi con due certezze: una, che prima o poi sarei venuto ad abitare nella valle del Sarca, l’altra, che avevo trovato il compagno giusto per scalare i grandi tetti del monte Brento. Ma questa è un’altra storia.
Un maledetto male ce lo ha portato via lasciandoci attoniti increduli, proprio LUI così buono, generoso e solare. Come sempre rimaniamo senza parole, non riusciamo a mandarla giù.
Ciao Andrea… ci rivediamo!

 

 

 

AVVENTURE GIOVANILI

L’avventura è dentro di noi. Per gli alpinisti il posto dove cercarla è la montagna, e aprire una via nuova su di una grande parete è il massimo dell’avventura.
Con la memoria bisogna tornare molto indietro nel tempo, eppure tutto è così chiaro e nitido, scolpito nella memoria. Allora la sete d’avventura era la benzina per i nostri giovani ma potentissimi motori.
Alla fine degli anni 70 inizio 80 il nostro terreno di gioco era l’allora quasi inesplorata “Valle della luce”. Ero appena ritornato dalla valle di Yosemite in California carico come una molla e volevo mettere a frutto la bella esperienza Americana.
A quei tempi avevo conosciuto , Mauro Degasperi di Ravina soprannominato “Alcide” che assieme a Roberto Bassi e Riccardo Mazzalai si erano distinti come i giovani più promettenti dell’arrampicamento trentino di quel periodo.
Mauro bel ragazzo colto, alto, magro dal fare gentile e molto e paziente, mi entrò subito in simpatia. Alcide era fortissimo in arrampicata libera e formava coppia con Riccardo Mazzalai soprannominato Tequila, un’autentica forza della natura, alto più o meno come me ma fisicamente più robusto, due braccia forti come querce, una fluidità e scioltezza impressionante. Un po’ avventato forse ma in gamba, in gamba sul serio. Lavorava la terra con suo padre, contadini per vocazione. Avevano una cantina molto ben fornita, dove il più delle volte ci trovavamo a discutere e quando i bicchieri superavano un certo numero e gli animi si scaldavano nascevano feroci discussioni.
Eravamo tipi semplici e come me i due Ravinoti vivevano l’alpinismo e l’arrampicata serenamente e liberamente senza tanti preconcetti sull’etica e la morale: si faceva com’ eravamo capaci e meglio che si poteva con i pochi mezzi che avevamo, ed in breve tempo insieme ripetemmo la maggior parte dei grandi sesti gradi delle dolomiti.
Noi tre assieme al leggendario Valentino Chini alpinista più maturo di noi, avevamo già aperto la via del Boomerang sull’immensa placconata del Brento, un viaggio avventuroso ed incredibile lungo una parete strana e singolare per il tempo.
Come si sa raggiunto un obiettivo quando si è giovani la testa corre verso altri traguardi… Avevo individuato la possibilità di una grande via sulla ciclopica parete del secondo pilastro del Casale, alta 650 metri: era un oceano di placche grigie nella prima parte ed in alto un grande diedro chiuso da grandi strapiombi , una vera “Bigwall”.
Con un altro giovane fenomeno della scalata, Stefano Fruet avevo già assaggiato alcuni tiri e superato il tetto con gli strapiombi iniziali. La via verso l’oceano di placche era aperta, poi Stefano abbandonò l’idea e smise quasi di arrampicare, allora ricompattai i quartetto del Boomerang e partimmo armati di tutto punto.
I chiodi ce li facevamo noi, Riccardo poi ne aveva costruiti di tutti i tipi; c’erano quelli grandi con l’anello appositamente costruiti per le soste, quelli più piccoli da progressione, qualche lama sottile forgiata appositamente per le fessurine del compatto ed inchiodabile calcare del Sarca. Completava il corredo il fedele punteruolo con alcuni chiodi a pressione.
Tutto era pronto: viveri, acqua, e materiale da bivacco quando prestissimo, quella mattina di fine maggio del 1981, arrancavamo carichi sui ghiaioni basali della concava parete del Casale Ci legammo in due cordate io con Riccardo ed a ruota Alcide con il Vale che si trascinavano dietro il grande saccone con tutto il necessario per la permanenza in parete, il nostro stile era attaccare e non mollare più l’osso fino in cima.
L’arrampicata lungo la grigia parete si presentò subito ardua e impegnativa, il tempo era magnifico, terso e ventilato e dopo diversi passaggi per allora ed ancora adesso molto impegnativi arrivammo alla rampa erbosa che conduce alla cengia alla base del grande diedro.
Dietro Alcide e Vale seguivano molto bene sobbarcandosi il duro lavoro del recupero materiale. Alla cengia mangiammo qualcosa e mentre io e Riccardo attrezzavamo qualche tiro nel diedro loro preparano il bivacco.
Ricordo una serata bellissima e di come mi emozionò il tramonto verso il Bondone. Dopo aver mangiato si discuteva un po’ di tutto ed immancabilmente cademmo sulla politica. Valentino ed io avevamo una visione diametralmente opposta; io così rigidamente di sinistra, lui così cocciutamente di centro, i toni si alterarono ed Alcide e Tequila ci guardavano esterrefatti…..
La notte passò tranquilla, una volta placatesi le discussioni, alla mattina nella penombra assistemmo al sorgere dell’alba. Ricordo la luce del sole che lentamente scende dall’alto incendiando con un color rosso oro tutto il pilastro fino a giungere a noi che pigramente iniziammo a prepararci. Guardammo gli strapiombi superiori davvero paurosi , ma, una volta messe le mani sulla roccia tutto passò e iniziammo a carburare.
Arrivammo bene sotto l’orlo dei tetti finali, poi Riccardo si armò di tutto punto e partì salendo un po’ in libera e un po’ in artificiale battendo con vigore sui chiodi. Quando toccò a noi scoprimmo un vuoto incredibile, con il vento del Garda che ci accarezzava facendo sbattere le staffe: stavamo bene, eravamo appagati ci sentivamo liberi. In vetta ci abbracciammo avevamo vinto.
La nostra via si chiamerà Alba Chiara un po’ come la canzone di Vasco che era appena uscita, un po’ come l’alba della nostra vita.

Arrampicata artificiale in Dolomiti: quale il suo destino?

Prima del secondo conflitto mondiale le Dolomiti furono palcoscenico di quel teatro, dove la tecnica di scalata su roccia aveva raggiunto livelli impressionanti, l’epoca d’oro del sesto grado.
E’ anche vero però che fino a quel momento non era ben chiara la differenza fra l’arrampicata libera e quella artificiale e così fu sempre fino alla fine degli anni ’60. Un esempio? Sulle vie di Emilio Comici fin dove il “maestro” sia passato in libera, oppure in artificiale è difficile capire.
Con arrampicata libera s’intende arrampicare usando appigli e appoggi per mani e piedi e tutto il materiale alpinistico si usa solo per assicurarsi in caso di caduta: qui non stiamo a fare la cronologia dei grandi maestri liberisti di quegli anni, non è il tema di questo scritto.
Con arrampicata artificiale invece s’intende che tutta l’attrezzatura esistente si usa per progredire e superare sezioni di parete o pareti intere particolarmente liscie e strapiombanti. Si è arrivati addirittura a forare la roccia per usare particolari chiodi detti a pressione o espansione, là ove non c’era altra possibilità con tutti i problemi etici, puristici e filosofici, che ne derivarono.
I sàssoni Dieter Hasse, Lothar Brandler, Jörg Lehne e Sigi Löw scalarono la Cima Grande di Lavaredo per l’impressionante via direttissima “Zeller” nel 1958 usando dodici chiodi a pressione, ma qui non siamo nell’artificiale totale anzi siamo nella fase, dove l’arrampicata libera è predominante e dove le due tecniche si alternano in perfetto equilibrio; nel 1959 il formidabile friulano Ignazio Piussi, con Giorgio Redaelli, supera la direttissima alla Sud della Torre Trieste, altro capolavoro di equilibrio. Non ci si lasci ingannare dai 90 chiodi a pressione e i 400 chiodi normali su quasi 900 metri di parete: la via è veramente un capolavoro e a torto è stata classificata come la più grande scalata artificiale delle Alpi. Avendone fatta la quinta ripetizione posso assicurarvi che i tratti in libera erano veramente estremi per il periodo; altro capolavoro di perfezione è quello di Armando Aste che con il fido Franco Solina supera la placconata della Marmolada lungo la via “dell’Ideale”: è qualcosa che lascia perplessi ancora oggi in netto anticipo sui tempi dove l’artificiale si riduce veramente a pochissime sezioni; cito un altro grande capolavoro di misto, la via Stenico-Navasa al Campanile Basso, via audace ed estrema, sempre il tutto valutato nel periodo di apertura, cioè gli anni ‘60.
Assieme ai capolavori succitati negli anni ’60, alcuni alpinisti del chiodo a pressione fanno il talismano per vincere l’impossibile: Bepi Defrancesch, Cesare Maestri e Mirko Minuzzo solo per citarne alcuni. Inutile dire che l’uso massiccio di mezzi artificiali ha portano allo svilimento la nobile arte dell’artificiale e ha ridotto le salite a un vero e proprio lavoro artigianale da muratori, quello che fu chiamato da R. Messner l’assassinio dell’impossibile.
In quel periodo sono i francesi che capiscono che le due tecniche hanno bisogno di una classificazione separata, la libera valutata con i gradi dal primo al sesto superiore, l’artificiale dall’A1 all’A4: più gli ancoraggi per la progressione saranno precari, più difficile sarà il grado.
Versi gli anni ‘70/’80 le regole del gioco cambiano. Dalla California arrivano i primi segni di un cambiamento radicale, il nuovo verbo da seguire, le due discipline prendono vie separate e ben distinte.
Ecco che la scalata artificiale, che in Dolomiti verso la fine degli anni ‘70 sarà ripudiata, svilita e quasi abbandonata, in Yosemite continua con una sua identità ben precisa: limitare al massimo i buchi nella roccia. Si assiste allora alla nascita di nuova attrezzatura come stopper excentic, cliff, rurp, creata apposta proprio per limitare l’uso dei chiodi a pressione, in base alle nuove regole assolute del non forare la roccia.
Fra le tante citiamo una salita emblematica e simbolo di Yosemite su El Capitan, la via “Pacific ocean wall” di Jim Bridwell e compagni, per anni ritenuta la via di roccia più dura del mondo.
Jim Bridwel “de bird” scalera anche con l’italiano e carissimo amico Giovanni Groaz uno dei pochissimi specialisti nazionali di questo tipo di salite aprendo vie nuove anche su El Capitan.
Alla scala delle difficoltà con queste salite saranno aggiunti l’A5 e l’A6 che si possono usare solo in caso di caduta mortale cose da brivido, dove la concentrazione psicofisica ed il rischio di morire in caso di cedimento dei precari ancoraggi è portato al limite estremo.
E le Dolomiti? Dopo lo svilimento direi il decadimento degli anni ‘60/’70 ci furono alpinisti meno noti di altri ma altrettanto capaci che continuarono una grande tradizione di perfetto equilibrio fra libera e artificiale, tracciando vie di ampio respiro e grande difficoltà, ad esempio Alessandro Gogna, Almo Giambisi, Bruno Alemand e Alberto Dorigatti sulla Sud della Marmolada, oppure Sergio Martini, Paolo Leoni e Mario Tranquillini in Marmolada con l’impressionante via a Punta Rocca ancora irripetuta, Punta Tissi in Civetta, Rocchetta del Bosconero; per non parlare della supercordata Graziano Maffei “Feo” e il fido Mariano Frizzera con le vie in Vallaccia fra le tante cito il “pilastro Zeni”, in Marmolada fra le tante cito il “pilastro Lindo” ed il “pilastro dei quarantenni”, e Civetta, autentici capolavori poco conosciuti, in netta controtendenza nel periodo dell’apertura ma valorizzati molto dopo dagli alpinisti amanti delle cose vere non di quelle alla moda.
E dopo cosa è successo? Nella Yosemite italiana, la valle del Sarca o meglio la “valle della luce”, negli anni ‘90 viene superata la parete più strapiombante d’Europa e forse del mondo, quella del monte Brento, con 8 giorni consecutivi in parete ma con uso massiccio di mezzi artificiali. Nasce la via Vertigine, di Andrea Andreotti, Marco Furlani e Diego Filippi, tuttora l’unica via aperta sugli strapiombi in prosecuzione, senza mai scendere.
Berto Marampon ecletticco scalatore veneto nella valle della luce e in dolomiti verso gli anni 80 apri diverse vie alcune in solitaria che tuttora lasciano perplessi per lo sforzo fisico occorso nell’apertura si pensi che bucava tutto a mano, nasce così la via “DDT” al Colodri in concorrenza alla vicina a Zanzara labbradoro prima via aperta calandosi dall’alto e poi liberata, altra sul Dain picol e la Rupe secca.
Altra via da brivido è il “Grande Incubo” sempre sul Brento, di Andrea Zanetti e Diego Filippi; in valle, ad opera soprattutto di Diego Filippi, sono nati molti itinerari artificiali con l’uso del trapano, sulla parete del Limarò vicino alla via di Maestri e Baldessari del 57 a conferma che nel tempo flussi e riflussi continuano, sui Colodri con il bellissimo tetto Zambaldi.
Concludendo ritengo l’arrampicata artificiale, una nobile tecnica che può dare soddisfazioni grandissime e non alla portata di pochi, bisogna essere dotati di moltissima forza fisica resistenza alla fatica ed arte nell’usare l’attrezzatura, buoni organizzatori e accettare di calarsi in una dimensione di progressione lenta in ambiente veramente grandioso e severo.
Se poi si praticata ad alti livelli, bisogna essere psichicamente fortissimi, sulle grandi e strapiombanti pareti, si potrà inoltrarsi all’interno del proprio ego viaggiando nel tempo e nello spazio, dove corpo e mente a volte si fondono e altre si confrontano in una dimensione assolutamente dilatata e diversa.

La ferrata “Ernesto Guevara” detto “el Che” è in fase di rifacimento, la parte superiore è stata rivisionata e messa apposto sistemato il sentiero con la posa di scalini di legno ed un pò per volta verrà messa tutta a norma.

 


 

 

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Responses

  1. Ripetuta il 6 aprile 2014 la via Luce del primo mattino al Dain: linea logica, arrampicata interessante e nel complesso impegnativa, anche tirando un pò di chiodi. Quando Larcher ha scritto su Planetmountain (e Planetmountain ha pubblicato!) che la via ha un obbligatorio di A0+, o aveva bevuto o era talmente accecato nella sua polemica con Furlani da non temere nemmeno il ridicolo con una affermazione del genere. I ripetitori con un livello un pò inferiore a quello di Rolando ci penseranno un attimo nel lanciarsi su alcuni tratti tra un chiodo e l’altro…niente di straordinario, ma per una via di stampo classico passi obbligati che sfiorano il 6b non sono poi da buttare.
    Complimenti ai primi salitori: una via sicuramente da ripetere.


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